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A b o u t un gomito ben piantato alla base della finestra...lì...proprio prima che si alzino i vetri... gli occhi occupati a catturare un qualcosa...ancora trasparente...e l'altro braccio tremolante a seguire la mano intenta a scarabocchiareR e w i e w ogginovembre 2009 ottobre 2009 settembre 2009 agosto 2009 luglio 2009 giugno 2009 maggio 2009 marzo 2009 gennaio 2009 dicembre 2008 novembre 2008 ottobre 2008 settembre 2008 agosto 2008 maggio 2008 aprile 2008 marzo 2008 gennaio 2008 dicembre 2007 ottobre 2007 aprile 2007 aprile 2006 marzo 2006 gennaio 2006 ottobre 2005 settembre 2005 luglio 2005 giugno 2005 aprile 2005 marzo 2005 febbraio 2005 dicembre 2004 agosto 2004 luglio 2004 giugno 2004 maggio 2004 aprile 2004 marzo 2004 febbraio 2004 bayle@supereva.it *loading* |
occhi alla finestra
Ma di quale realtà parlo? Mi dimeno nella mia puerile rappresentazione di gesta e proclami figlia di due occhi: i miei; un cervello: il mio; un ampio campo d'azione: la vita. Saprei tenere testa alle mie paure se solo avessero un nome una carne un accenno di anima: mi sorvolano. E dove la nuvola si riempe di riflesso biancore buffo e pavoneggiante si cela l'ancora scelta a simboleggiare un sommerso. Tu che sai di lenzuola cambiate in fretta e furia, delle labbra morse per nascondere tracce di rossetto non suo, perdona i miei laceranti stravolgimenti di senso, messo a riparo da uno specchio. Sprofonderei nella sequenza di notti così serene perché all'oscuro di ciò che avvolgono e mascherano di colori carichi d'una seduzione crocifissa alla nostra esibizione. Ma non mi sto a trattenere e ti seguo ovunque tu mi trafigga di promesse puntellate di pura riarmante finitezza: qui adesso sul letto sul prato sul nulla. E ne rido come di un volo turbolento dove le parole sanno di testamento ne rido come d'un tempo dove c'eravamo visti giovani
Mi cade una sigaretta e non trovo di meglio che accenderne un'altra, così la cadente ora la guardo laggiù a consumarsi, sola, quasi afflitta; quanto è lenta a morire. L'altra, appesa alle mie labbra è occupata a morire assieme a me. Svolto all'angolo e delle sigarette ho solo un lieve ricordo nella gola e sulla lingua: torpore nicotico. Temevo ciò che ora si realizza ai miei occhi puntati verso l'alto: le luci di casa tua sono accese. Allora ci sei, allora mi toccherà suonare? Ah... quando i pensieri si riducono ad un ridicolo reticolo da cui non c'è affanno che possa liberarci. Devi suonare e basta, sussurra una vocina, non vi sono vie di fuga! Mi accoglie tua madre in vestaglia; tu, a quanto mi dice, sei uscita con un amico: non ce la racconta mica quella, continua lei alle prese con la caffettiera, avessi visto che occhiate si lanciavano. Io mi soffermo a pensare alla parola "lanciavano” e mi immagino un prato verde, grande tifo sulle gradinate, insomma, una partita di baseball: il lanciatore che caccia occhiate intense d'intesa col ricevitore: tic nervosportivoamoroso: strike. Non c'è che dire, tua madre ha due belle dritte gambe: lei ed io conversiamo pacatamente di figlie/aspiranti fidanzate, caffè con o senza zucchero, frullatore che non funziona come una volta (che siano le batterie? Avrà le batterie?), caldo insopportabile... ed è qui che qualche sospetto avanza. Va bene il caldo, va bene parlarne, ma si deve per forza accompagnare il discorso con la mano intraprendentemente impegnata a far svolazzare la vestaglia? Non si direbbe proprio che tua madre non faccia più sport, davvero, così almeno mi ha confessato lei con occhio malinconico: a 16 anni gareggiavo nei 110 ostacoli, sempre lei. Una bella gamba regolare, granitica mi verrebbe... e le caviglie. Ma hai notato che porta un braccialetto alla caviglia sinistra? Tu non arrivi, le luci, non per volontà mia, lo giuro, si spengono una ad una, sono stanco, amore, mi sa che dormirò a casa tua. Per voi da: bayle | 02:06 | commenti (1)
Questo equiparami alla solitudine sottende un'indagine sottile oltre le lentezza delle parole date oltre un pormi come io/qui/adesso sottende che sotto le lenzuola non scrivacchino serpenti occhialuti Le mani gli tremarono, al ferroviere, nell'attimo di staccare la corrente: una curva può pesare più del passato, una mano meticolosa può sdraiarsi sul ventre a ricercare preghiere rivendicando un'antica aderenza ad un dio o ad uno degli dei: ci sarà una metamorfosi che si rifarà al nostro carattere moderno, capriccioso: le punte delle dita, addomesticate dalla chitarra, solleticano il limite lisciato fra mento e collo prossimo alla rappresentazione di Apollo; ma non è ancora disegnata la notte, prevalgono i riflessi solari bagnanti intravisti fra una fonte e l'altra, dove ninfe indaffarate strizzano l'occhio ad auto sfreccianti supplicanti, ma l'intercedere ad un corpo seminudo, ridente, affrescato, già dal principio si sa che non varrà nulla. Ci si può incontrare sulla strada per N.Y. presi dal precario concetto di bagaglio, sfiniti da deviazioni musicali, da inganni cercati più che subiti; e la gonna di Jazmin pari ad un affresco di Michelangelo sospesa par per divina volontà. La solitudine mastica fresco: si privilegia la simulazione sfuggente alle braccia calate visibili frementi a tambureggiare vitalità ora nuove, antiche di riverberi sfumati in scritture ancora tutte da tradurre. Notti compiante a copulare come fosse un'eterna prima volta, notti a lasciare le lenzuola promettendo che sarebbe stata l'ultima assenza programmata: notti scoperte alla moviola della memoria come ancestrali prefigurazioni dell'oggi: giorni precocemente assegnati alle pratiche di dismissione |
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