A b o u t

un gomito ben piantato alla base della finestra...lì...proprio prima che si alzino i vetri... gli occhi occupati a catturare un qualcosa...ancora trasparente...e l'altro braccio tremolante a seguire la mano intenta a scarabocchiare

R e w i e w

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occhi alla finestra



mercoledì, marzo 31, 2004

 

Morire per delle idee

"Morire per delle idee, l'idea è affascinante
 per poco io morivo senza averla mai avuta,
 perchè chi ce l'aveva, una folla di gente,
 gridando "viva la morte" proprio addosso mi è caduta.

 Mi avevano convinto e la mia musa insolente
 abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede
 dicendomi peraltro in separata sede
 moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè ma di morte lenta.

 Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
 andiamo all'altro mondo bighellonando un poco
 perchè forzando il passo succede che si muore
 per delle idee che non han più corso il giorno dopo.

 Ora se c'è una cosa amara, desolante
 è quella di capire all'ultimo momento
 che l'idea giusta era un'altra, un altro movimento
 moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
 ma di morte lenta." [...]

                                                                                                F. De André (traduzione da G. Brassens)

         
 






















Per voi da: bayle | 17:16 | commenti (3)



martedì, marzo 30, 2004

 

3

[...] Luisa non volle partire; era una mattina di sole, di quelle che alzate le veneziane viene spontaneo sorridere qualunque sia il tuo umore. Le valige, le mie valige, erano già pronte, sdraiate di fianco all’armadio in camera da letto, per giorni e giorni spalancate ad accogliere, a seconda dell’umore, pezzi più o meno superflui. Telefonai a Luisa che ancora il sorriso primeggiava sulla mia inclinazione alla malinconia. Rispose subito: e pensare che solitamente attendeva almeno il terzo squillo per donare il suo Pronto. Rispose e mi parse da subito chiaro che non avesse ancora incontrato lo stupefacente spettacolo presente al di là delle finestre. Luisa era nervosa, ma perché? Forse la paura di partire? Troppi addii non detti? Non saprei, ma quella mattina, e di lì a poco avrei capito nemmeno quelle seguenti, fosse stata anche quella d’un secolo dopo, lei non sarebbe valuta partire. Non chiesi spiegazioni. Ci fu silenzio per un paio di minuti: personalmente l’eternità. Staccai, girai la testa e per un istante la rividi riflessa nella specchio dell’armadio a cui accanto erano coricate le valige, e non vidi più alcun sorriso. Chiusi l’ultima valigia, di un colore bluastro. Pensai a Luisa, sbuffai e pensai che sarei partito ugualmente.
Il treno era in ritardo, bene, nessun problema, avrei fumato una sigaretta nell’attesa. Eccolo: rumoreggiare in stazione: saluti, addii più o meno lunghi. Io guardai ad una panchina in cemento vuota e sorrisi.
La cartina evidenziata a puntino l’avevo gettata dopo aver controllato che il computer fosse spento e prima di passare una mano su di un libro per togliere quel po’ di polvere che da qualche giorno mi infastidiva ogni volta che mi veniva a vista. Uscii senza sbattere la porta.
Seconda classe. Posto non prenotato: per fortuna riesco a sedermi. Il biglietto di cui da poco sono in possesso prescrive “solo andata”; il tragitto volendo sarebbe sino a 1000 km nord, ma mi sa che scenderò prima. Farò colazione e magari ripartirò.

- …addio
P.S.: per amore e forse anche per gioco –

Sì, forse terminava così la lettera, se la memoria non mi inganna. Chissà come avrebbe reagito Ginevra nel leggerla. Non so perché, ma la immagino in piedi con le natiche a sfiorare un lato del tavolo, quello bianco che stava in cucina. In una mano la lettera e nell'altra un bicchiere a metà riempito di latte e poi un ghigno, fra rabbia e isteria, sulle labbra. Lo scoppio d'una risata che senz’altro avrebbe coinvolto l’attenzione di tutto il palazzo. Ma, m’avrebbe poi chiamato per chiedere chiarimenti?… non credo. Il tavolo Bianco, il latte Bianco. E pensare che non c’è persona che più si allontani dal paradigma di purezza dalla mia mente confezionato. Ginevra la Tenebrosa.
Eccomi arrivato ad un’ipotetica tappa del mio tour: scendo, non scendo?...no…anzi sì.
il passaggio oltre confine era ormai avvenuto da circa un’ora, ma non me ne ero reso conto, nessun controllo, poca attenzione da parte mia al suono della voce dei passeggeri dell’ultima ora. Ma ora scendo; prendo le due valige, forse ne sarebbe bastata una: senz’altro. [...]








Per voi da: bayle | 10:37 | commenti (13)



domenica, marzo 28, 2004

 

L'amico al bar parla di politica
Io penso all'albero
la ragazza con l'anello sorride
Io penso ad un ramo robusto
La mosca si tuffa nella sambuca
Io penso al concetto di oscillazione
Il cane schiva la bottiglia e piscia
Io penso alla corda
La mamma rincorre il palloncino
Io penso al nodo
Il canto del vento si fa incantare da un guru
Io penso all'altezza
Il bambino mastica e sputa il chewing gum
Io penso a come arrampicarmi
L'amico manda a cagare i politici
Io penso a sciogliere i dubbi
La brezza mi annoia il collo
Io mi accarezzo il collo



















Per voi da: bayle | 03:22 | commenti (15)



venerdì, marzo 26, 2004

 

2

[...] Eppure già allora qualcosa, come una qualche fragranza concentrata in un’ampolla che una volta scaraventata a terra contamina violentemente l’aria, sembrava richiamare il mio istinto all’attenzione. Avrei di certo terminato la lettera, sì, questo era certo, ma l’avrei poi indirizzata?… Avrei poi confessato a Luisa che ogni sera prendevo in mano la cartina raffigurante ogni latitudine terrestre e mi sbizzarrivo ad evidenziare brevi percorsi che di lì a poco, chiusi gli occhi ed immersomi nei sogni, avrei percorso con lei? Avrei spedito quella lettera in cui deliravo a Ginevra il perché d’una Fine?

- Solo la Fine consegnerà alle mie mani la sensazione d’averti posseduta… solo la Fine confinerà le lacrime e la violenza nella galassia dei ricordi…. Ti scorderò…mi scorderai…come figura colante sudore ..dalla sforzo procurato dall’amore… saremo fantasmi l’uno per l’altra..spiriti imbevuti nella confortante.. insipida.. fumosità dei ricordi…-

Ora il treno sta per partire, e sono solo, ma partirò ugualmente, anche solamente per fermarmi alla prima fermata. La valigia straborda. Calzini in abbondanza. Due spazzolini e la cartina per oltre metà evidenziata. Nelle ore che precedevano i miei viaggi onirici, mano nella mano con Luisa, la mano sembrava guidata dalla spirito d’un promesso vagabondo, istintivamente portato a tracciare la propria via d’uscita dalla ristrettezza del quotidiano. La mano tracciava sicura brevi tragitti percorribili in giornata. Il giorno dopo mi sarei adoperato per ricercare informazioni su pensioni, campeggi, ristoranti, luoghi da visitare, il tutto con un occhio al portafogli. Che vagabondo in provetta. E ora parto, da solo: chi se ne frega. Le evidenziate sono di più colori; cominciai con il giallo. L’evidenziatore era da tempo mio compagno. Il colore usciva già spento, e così al decimo tragitto, o su di lì, dovetti gettarlo. Il mattino dopo entrai in cartoleria e ne chiesi un altro. Cioè chiesi un evidenziatore giallo. Erano terminati. Di quel colore. Ne presi uno verde. L’ultimo tratto lo evidenziai di rosa. Il terzo e ultimo colore utilizzato. Dovessi definire con un colore il mio amore per Luisa, direi blu. Non so perché, non saprei. Ginevra l’amai in maniera gialla, anzi giallognola. Ora mi viene facile dirlo, mi basta pensare a quella lettera, ora, senz’altro, se ancora superstite al tempo, di un suddetto colore. Ma avrà poi senso definire un amore in una tonalità precisa di colore? Come fare a limitare, circoscrivere ciò che nasce e per natura non conosce ritorno, ma una vita di sfumature. Forse i miei amori hanno conosciuto non tutti i colori immaginabili, come sarebbe stato possibile? Ma senz’altro hanno conosciuto una scala variabile di note, ognuno sfiorato da una luce differente. [...]

Per voi da: bayle | 09:54 | commenti (14)



giovedì, marzo 25, 2004

 

1

Non riuscirò mai a comprenderti sino in fondo ed è questa barriera probabilmente la tua forza.. e la mia disgrazia… la perfida catena che si annoda al mio collo e la cui altra estremità è in balia delle tue mani… dei tuoi eccessi o della tua parsimonia. Mi sono sforzato di … smascherarti, renderti inoffensiva. Nulla… rimani al/il centro dei miei pensieri –

       Così, all’incirca, se non ricordo male cominciai una lettera che scrissi e non spedii, un qualche anno fa. Chissà quanto tempo è trascorso da quando, ricordo, mi concentrai per una sera intera. Ogni cellula del mio corpo, almeno quelle agli ordini della mia mente, erano soldatescamente in riga, concentrate e determinate, per un fine. Una lettera, una lettera mai spedita, che ora immagino ingiallita, in mezzo alle pagine di qualche giornale gettato in soffitta, oppure terminata in una discarica, fra cibo masticato e gettato, fra riviste sgualcite, calze rattoppate, tubetti della maionese…lei, la mia lettera mai spedita. Che oltraggio alla concentrazione cameratesca a cui sottoposi le mie cellule. Il tutto per una lettera; ma perché lagnarsi, oggi: meglio accettare l’evidenza più evidente: per quel che ricordo confermo ogni riga, ogni pensiero di quella lettera mai spedita.

- cosa dovrei attendere?… che sia tu a rifiutarmi?.. a sbattermi in faccia il tuo sguardo più ruvido…e seguire le tue labbra vivisezionare le parole più adatte… più crude per annullarmi… cacciarmi da te? –

        Ma di cosa mi voglio stupire, lo so benissimo che non avrei mai potuto spedire quella lettere. Lo so e questo non mi consola. Lo sapevo quando cominciai ad elaborare l’idea di scriverla e ancora quando l’elaborazione divenne una prima bozza mentale. Pensieri e frasi slegate. Libere configurazioni da incasellare successivamente, una volta pianificato il tutto e posta in mano una penna e d’innanzi agli occhi un foglio bianco. Che ora sarà giallognolo, sempre che esista ancora.

Quando cominciai a scriverla erano i giorni in cui progettavo di fuggire con Luisa, pensavo che l’avrei rapita d’amore e consegnata al mio progetto. Via per strade senza nome, via per contare stelle in cieli sempre diversi. Nessuna traccia sarebbe rimasta di noi. E intanto ci incontravamo ogni martedì da Lux, il bar senza luce, perché la sua luce è dentro i suoi affezionati, così diceva Luisa. Non lo capivo ma lo facevo mio questo pensiero, ne ridevo, perché volevo ridere nei suoi occhi. [...]

Per voi da: bayle | 11:35 | commenti (19)



martedì, marzo 23, 2004

 

Legnosi noduli

Nella stanza cranica
urla a vuoto
uno sciame d'innocenti.
e oltre la finestra
è mare: legnosi noduli,
incisi sino a lenire i nervi
congestionati, rifiutati,
truccati
di gramiglia
poggiano le mani
a stancare i ginocchi
e tu non
volevi vedere,
mi poggiavi le mani
ad abbassare le palpebre:
perché?
dove simula
il confine la sua fine
lì appoggerò le mie mani
a strutturare una fuga
che appaia al mattino
non meno vera
non meno nera
della pella della notte

























Per voi da: bayle | 02:06 | commenti (16)



sabato, marzo 20, 2004

 

Lucidità abrasiva

in un tratto
di lucidità abrasiva
irrito alcune cellule,
insipide simulatrici,
codificatrici esemplari...
e spunti tu!
magnetica, ruvida,
sporgenza lavica
d'un sogno
a poco a poco
rigeneratosi grattugia
su cui sfregare
le mani evanescenti,
i ricordi seppelliti 
 
non amo scomodare
ciò che amo;
forte, più di altro,
l'insistenza ad insabbiarmi
al riparo dai natali...
lascio raffigurarsi un'estinzione
e procaccio la legna necessaria
per sospirarti in una scintilla

Per voi da: bayle | 00:17 | commenti (12)



giovedì, marzo 18, 2004

 

sono severamente teso
a proiettare l'armonia
d'una cesta di vimini
all'ombra d'un salice;
tanto occupato da scordare
l'appuntamento con nuvola
barocca
, discesa dai calli
a piedi scalzi per sberleffo
al tintinnare di mollette:
puzzo concimante pruriti
calati a segnare i polpacci
segretamente rasati
da affilate labbra.
e così ritmo a ritmo
si corica l'ultima
scintilla d'un dì
ad accendere inutili
processi bruni
consegnati e perduti
al dondolio d'amaca
- non altri presenziarono
alla confisca d'una vita
presentatasi come luce
sfiorita nella cioccolata -
un po' di qua un po' di là
ad assaporare l'esistenza
d'un ritmo che sia uno




























Per voi da: bayle | 17:28 | commenti (12)



mercoledì, marzo 17, 2004

 

"...E inverno come estate fa sempre inverno qui

Il sole del buon Dio non brilla qui da noi

Ha fin troppo da fare nei quartieri dei ricchi

Stringimi fra le braccia..."

J. Prévert, "Baciami" da "Poesie d'amore e libertà"

"Nei quartieri dove il sole del buon Dio

non dà i suoi raggi

ha già troppo impegni per scaldar la gente

d'altri paraggi

Una bimba canta la canzone antica

della donnaccia

quel che ancor non sai tu lo imparerai

solo qui fra le mie braccia..."

F. De André, "La città vecchia"

Per voi da: bayle | 15:19 | commenti (9)



martedì, marzo 16, 2004

 

"E alle stecche delle persiane già l'alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro,come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita"

                                                           C. E. Gadda, "La cognizione del dolore"

Per voi da: bayle | 15:26 | commenti (7)



lunedì, marzo 15, 2004

 

Ho da poco messo in circolo, nel mio corpo, un frugale pranzo: giusto un'insalata, quando la noia mi solletica. Oggi ho del lavoro da buttar giù, ma con calma. Mi rigiro fra le dita una penna. Di fianco a me ho carta a sufficienza per giorni e giorni. Ogni tanto, saranno i trenta alle porte, mi ritrovo a fare i primi conti col tempo che è scorso. Dopo l'insalata, oggi, mi sono dedicato ad un gioco. Mettere in colonna il numero degli anni appena trascorsi (se così possiamo definire un decennio) e valutarli con un voto da 1 a 10. Un voto che facesse media degli alti e bassi. Gli alti e bassi di un anno richiamati a forza dalla memoria. Chissà quante dimenticanze. Ho preso come anno di partenza il 1994, così, per una qualche comodità.

1994: 7,5

1995: 6,5

1996: 6

1997: 7,5

1998: 4/5

1999: 5+

2000: 6

2001: 4,5

2002: 6

2003: 6+

Per voi da: bayle | 16:56 | commenti (15)



sabato, marzo 13, 2004

 

1

Al generale C. giungevano rapide le notizie di nuove disfatte: l'ultima si riferiva a Gemmakap, postazione considerata sino allora invulnerabile. Il generale C. non riusciva a crederci; portava la mano sinistra ora in tasca, come a cercare una qualche strategia magica, segnata distrattamente su un foglio, ora fra i radi capelli, come a tastare una gobba per raccoglierne influssi fortunosi.
I soldati si stanno ritirando, alcuni hanno preso a sventolare una bandiera bianca, o meglio: hanno posto delle mutande bianche su di un bazooka brandito in verticale. Così proferivano le labbra del portanotizie, così evocavano le nubi timidamente ancora seminascoste oltre le pelate alture. Il generale C. considerava l'arrivo di nubi nel mentre d'una battaglia come un pessimo presagio, perché così gli aveva insegnato suo padre e a suo padre il suo di padre e a costui la zia P., altolocata veggente al tempo di re E.
Portarono una tazza di caffè guarnita con due biscotti al farro. Era per il generale C., assai ghiotto di farro. Ma come sì può sorseggiare caffè e annegarvici, con pollice e indice, un biscotto, quando a pochi km migliaia di ragazzi, addestrati nelle stesse caserme da lui tante volte visitate, stanno saltando per aria? Come?
Il generale C. prese un biscotto, lo azzannò a metà e il resto lo lasciò cadere a sbricciolarsi sulla punta d'un anfibio infangato del portacaffè. [...]





Per voi da: bayle | 21:46 | commenti (6)



giovedì, marzo 11, 2004

 

"In quel mentre scoprirono trenta o quaranta mulini a vento che si trovano in quella campagna, e non appena don Chisciotte li vide, disse al suo scudiero: <<La fortuna guida le nostre cose meglio di quel che potremmo desiderare; perché, guarda lì, amico Sancho Panza, dove si scorgono trenta, o poco più, smisurati giganti con i quali mi propongo di venire a battaglia e di ucciderli tutti, in modo che con le loro spoglie cominceremo ad arricchirci, ché questa è buona guerra, ed è rendere un gran servigio a Dio togliere questa mala semenza della faccia della terra>>. <<Che giganti?>> domandò Sancho Panza. <<Quelli che vedi lì,>> rispose il suo padrone, <<dalle lunghe braccia, ché alcuni possono averle di quasi due leghe.>> <<Badi la signoria vostra,>> replicò Sancho <<che quelli che si vedono là non sono giganti, ma mulini a vento, e ciò che in essi sembrano braccia sono le pale che, girate dal vento, fanno andare la pietra del mulino.>> <<E' chiaro,>> disse don Chisciotte, <<che non te ne intendi di avventure; quelli sono giganti; e se hai paura, togliti da qui e mettiti a pregare, mentre io combatterò con essi un'aspra e impari battaglia.>>"       Cervantes, "Don Chisciotte della Mancia"

ciò che amo della spagna

Per voi da: bayle | 23:58 | commenti (13)



martedì, marzo 09, 2004

 

4

[...]Li abbiamo lasciati entrare nel negozio, una libreria, localizzato in uno spazio, una piazza, piazza Castello.
Il galateo presupporrebbe che ad entrare per primi in un locale fossero gli uomini; in questo caso è la donna. Ma non so se il galateo si imponga anche all'interagire di due estranei. Perché questo sono l'uno per l'altra al momento di varcare la porta e separarsi da quei pochi mt quadri che erano stati loro concessi come palcoscenico, per mettere in opera il primo approccio. E poi, quale funzione avrebbe avuto un eventuale gesto di galanteria da parte di lui, se non turbare la spontaneità?
Appena fu richiusa la porta dietro a sé lui s'impose un piglio sicuro, deciso ad allungare il passo e accompagnare quell'"apparizione" femminile sino alla sezione "nuove uscite". Nel farlo le passò accanto snocciolando un cauto sorriso insaporito d'una qualche allusione alla bellezza di quell'incontro. Lei ricambiò per poi portarsi una mano a coprire le labbra: di lì a un secondo tossì.
Ma quell'energia, che lui era sicuro aver percepito poco prima, che lui riteneva essergli stata donata da quel corpo femminile, era ancora presente? E se sì, con la stessa intensità di fascinazione?
Lei prese una copia del libro, sfogliò rapidamente le pagine col pollice destro, poi l'aprì a caso e lo diresse verso il naso, ad una distanza sufficiente per rubarne la fragranza, gustarne l'aroma.
Come abbindolato, incredulo di fronte allo sconbussolamento che stava vivendo, il nostro lui non trova di meglio, così da evitare un'imbarazzante posizione stile telecamera fissa (impercettibilmente in movimento dalla nuca ai seni di lei), che prendere, anch'egli, una copia del libro in questione. La tiene a due mani, ai margini, e non si stupisce affatto nel riscontrare una sorprendente somiglianza fra la ragazza stampata sulla copertina e la ragazza stampata sulla sua retina, qualora avesse sollevato gli occhi.
Sciogliamo ogni dubbio: in realtà non vi è grande somiglianza fra lei e la ragazza col turbante, ma agli occhi d'un innamorato (che lui fosse già innamorato?) la bellezza declina tutta verso un unico incavo: l'amata.
Vorrebbe dirle di questa somiglianza; e di quanto la trovi bella; e di come tutto ciò che accade attorno a loro, per lui, non abbia importanza: vorrebbe baciarla.
Vorrebbe dirgli di come si senta confusa, e di come non capisca se sia lui la causa; e sapere se abita lì vicino, quanti anni ha: vorrebbe baciarlo.
"Sai, fra venti minuti parte il mio treno". "Io mi trovo tra un'ora con amici per un aperitivo".
Andarono avanti così per circa cinque minuti, conversando del più e del meno: deglutirono più pensieri che saliva. Alla fine, compreso che mai gli sarebbero fuoriuscite le parole tanto ad arte preparate e lustrate nei locali delle loro intenzioni; solo allora le loro guance si rinfrescarono, l'intensità degli sguardi si smorzò e poterono tornare a contatto con le loro carni.
"Allora, magari, ci si rivede... ciao". ""Ciao... buona serata!" FINE

"Incertezza, o mia delizia
io e te andiamo
come vanno i gamberi
all'indietro, all'indietro"

Apollinaire
















Per voi da: bayle | 14:41 | commenti (9)



mercoledì, marzo 03, 2004

 

3

[...] Ancora un'ora alla partenza del treno. Considerai quindi alcune eventualità e decisi di portarmi in piazza Castello dove avrei cercato un regalo per mio fratello. L'indomani avrebbe compiuto 25 anni; che buffo, pensai, quando li compii io mi sembrava d'essere, ormai, fatalmente "vecchia". Da buttar via. Lui mi appare così fresco, un ragazzino. E poi ora ne ho solamente 3 in più eppure il gioco si ripete. Mi sento in ritardo su tutto. Arrivò il 13, vi salii, percorsi il tratto necessario e scesi. La luce discendente produceva sui visi tutt'attorno smorfie graziose. Mi specchiai, in un gesto rapido, nel vetro di un auto posteggiata. Mi piacqui. Gli avrei comprato un libro. Nei giorni precedenti lessi varie recensioni. Ero indecisa fra 2 o 3 titoli. Giunta in faccia alla vetrina della libreria decisi di osservarne il contenuto; ben disposti, da mani allenate a seguire ricercate regole in materia, i libri sembravano emanare un'energia magnetica capace di influenzarmi nella scelta. Come abbracciata a quell'energia, come a concedermi a vertigini, presi a cercare in quelle copertine un qualche significato oltre la coltre di colori e segni. Come percossa da una scarica elettrica mi spostai d'un qualche centimetro - in realtà non saprei dire di quanto, e come potrei poi, e senza una rivisitazione alla luce di ciò che poi accadde probabilmente sarebbe rimasto un movimento troppo lieve per essere ricordato - : un'altra persona ora, accanto a me, osservava la vetrina. Il tempo scorreva e la partenza del treno si avvicinava; ora mi conveniva entrare e scegliere il regalo. Ma: ma quell'orecchino è uguale a quello della nonna. Cosi pensai quando vidi la copertina d'un libro. "l'hai per caso letto quel libro lì?...sì, 'la ragazza con l'orecchino di perla'". Così mi disse l'uomo che poco prima s'era avvicinato alla vetrina, e a me. Le parole gli uscirono come un proiettile, come a regolare un conto. Rimasi sorpresa, istintivamente sulla difensiva. Lo guardai e fui ancor più sorpresa dal suo sguardo così poco interrogativo pur essendo gli stessi occhi di colui che aveva appena posto una domanda. Ma erano occhi circondati da dolcezza. Gli dissi che stavo per entrare nel negozio e che ero interessata proprio a quel libro. Entrai; mi seguì. [...]

Per voi da: bayle | 18:02 | commenti (14)

 

"... Xavier rispose che la vera casa non è una gabbia con l'uccellino né un armadio per la biancheria, ma la presenza della persona che si ama. E poi le disse che lui stesso non aveva una casa, o meglio, che la sua casa era nei suoi passi, nel suo andare, nei suoi viaggi. Che la sua casa era là dove si aprivano orizzonti sconosciuti. Che lui poteva vivere solo passando da un sogno all'altro..." M. Kundera, "La vita è altrove"

Per voi da: bayle | 00:48 | commenti (4)



lunedì, marzo 01, 2004

 

2

[...] La spallata che presi da un passante non fu sufficiente a farmi riprendere dall'agitazione, ma, sì, a farmi muovere. Dovevo capire. Non ero solito a rapportarmi con energie di cui ignoravo la provenienza, l'entità. Dovevo capire, dovevo avvicinarmi a lei. Il tragitto fu breve: ma come, solamente 8 passi mi separavano dalla felicità? Ecco, così, all'incirca, mi sentirei di sintetizzare l'inimmaginabile quantità (tenendo presente la brevità del mio spostamento spaziale) di domande, evocazioni, speranze, illusioni che frullarono nel mio cervello al termine di 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e... 8 passi. Mi misi, autocontrollatissimo, ad osservare la vetrina, la stessa osservata da lei ed a sbirciare di lato. Lei era ancora lì, ma per quanto ancora? Dovevo agire. Alla seconda sbirciata riuscii a intravedere ciò che si tratteggiava fra la chioma nera ed il bavero della giacca in pelle. Vidi un profilo sorridente, pur senza segni apparenti di un sorriso, labbra rubino ad appuntirsi su guance nivee. Mi chiedevo cosa cavolo stesse guardando con tanta insistenza e mentre cercavo le parole per attaccare un discorso. La risbirciai ancora, con dentro l'opprimente sensazione che di lì a poco se ne sarebbe andata. Mi risolsi a chiederle l'ora; non mi venne nulla di meglio, e poi l'orologio non lo portavo. Quando le fatidiche parole "scusa, sai dirmi l'ora, per favore" stavano per lasciare il mondo delle mie idee per dirigersi alle corde vocali e di lì, via verso i suoi padiglioni auricolari, ecco sopraggiungere l'inconfondibile sensazione di ridicolaggine, di 'e dopo che le dico?'. Ingoiai saliva e perplessità. Lei fece un passo, come ad andarsene. Io le dissi: "l'hai per caso letto quel libro lì?...sì, 'la ragazza con l'orecchino di perla'". Lei si voltò, interrogativa. Il mio cuore, nel mentre, si ripromise di chiedere, al più presto, asilo a qualche corpo meno ansiogeno. L'interrogativo che galleggiava nei suoi occhi si tramutò in un'esclamazione della bocca: "no, ma pensa che stavo giusto pensando di entrare e comprarlo". Ah, quando si dice 'le coincidenze'. [...]

Per voi da: bayle | 18:40 | commenti (6)

 

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Le vignette di Briciola

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